18) Nietzsche. La vita  essenzialmente sopraffazione.
L'ideale egualitario  un principio negatore della vita, la quale
 essenzialmente volont di potenza. Lo sfruttamento  l'essenza
del vivere e non segno di barbarie o d'imperfezione.
F. Nietzsche, Al di l del bene e del male (vedi manuale pagine
186-191).

 259. Trattenerci reciprocamente dall'offesa, dalla violenza,
dallo sfruttamento, stabilire un'eguaglianza tra la propria
volont e quella dell'altro: tutto questo pu, in un certo qual
senso grossolano, divenire una buona costumanza tra individui, ove
ne siano date le condizioni (vale a dire la loro effettiva
somiglianza in quantit di forza e in misure di valore, nonch la
loro mutua interdipendenza all'interno di un unico corpo). Ma
appena questo principio volesse guadagnare ulteriormente terreno,
addirittura, se possibile, come principio basilare della societ,
si mostrerebbe immediatamente per quello che : una volont di
negazione della vita, un principio di dissoluzione e di decadenza.
Su questo punto occorre rivolgere radicalmente il pensiero al
fondamento e guardarsi da ogni debolezza sentimentale: la vita 
essenzialmente appropriazione, offesa, sopraffazione di tutto
quanto  estraneo e pi debole, oppressione, durezza, imposizione
di forme proprie, un incorporare o per lo meno, nel pi temperato
dei casi, uno sfruttare - ma a che scopo si dovrebbe sempre usare
proprio queste parole, sulle quali da tempo immemorabile si 
impressa un'intenzione denigratoria? Anche quel corpo all'interno
del quale, come  stato precedentemente ammesso, i singoli si
trattano da eguali - ci accade in ogni sana aristocrazia - deve
anch'esso, ove sia un corpo vivo e non moribondo, fare verso gli
altri corpi tutto ci da cui vicendevolmente si astengono gli
individui in esso compresi: dovr essere la volont di potenza in
carne e ossa, sar volont di crescere, di estendersi, di attirare
a s, di acquistare preponderanza - non trovando in una qualche
moralit o immoralit il suo punto di partenza, ma per il fatto
stesso che esso vive, e perch la vita  precisamente volont di
potenza. In nessun punto, tuttavia, la coscienza comune degli
Europei  pi riluttante all'ammaestramento di quanto lo sia a
questo proposito; oggi si vaneggia in ogni dove, perfino sotto
scientifici travestimenti, di condizioni di l da venire della
societ, da cui dovr scomparire il suo carattere di
sfruttamento - ci suona alle mie orecchie come se si promettesse
di inventare una vita che si astenesse da ogni funzione organica.
Lo sfruttamento non compete a una societ guasta oppure
imperfetta e primitiva: esso concerne l' essenza del vivente, in
quanto fondamentale funzione organica,  una conseguenza di quella
caratteristica volont di potenza, che  appunto la volont della
vita. - Ammesso che questa, come teoria, sia una novit - come
realt  il fatto originario di tutta la storia: si sia fino a
questo punto sinceri verso se stessi!.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1976, volume
venticinquesimo, pagine 335-336.
